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Quello che le donne non dicono

Otto marzo: un triste regalo alle donne che desiderano essere anche madri

8 marzo 2005

E’ un otto marzo difficile per le donne quest’anno. Il primo da  quando
è entrata in vigore la Legge 40, che compirà un anno tra due giorni, una
legge restrittiva e punitiva per il loro corpo e per i loro desideri, unica,
inoltre, in tutto il panorama legislativo internazionale.  Un omaggio davvero
singolare questo per le donne che, secondo i fautori della legge, devono
togliersi dalla testa che la maternità sia un diritto
.  Come se non fosse
un diritto di tutti cercarla la maternità, pur senza alcuna assicurazione
di ottenerla, come avviene sempre, sia in un concepimento naturale sia in
uno assistito. Tranne che nel secondo caso il costo umano e psicologico
è estremamente più alto.
Eppure anche la Costituzione sancisce il diritto alla genitorialità cosciente
e responsabile, come se essere disposti a mettere in gioco il proprio corpo
e la propria salute in una ancor più tremenda altalena di speranze e delusioni
fosse in contraddizione con tutto questo.

Questa legge è solo una punizione in più oltre alla malattia della sterilità.
In un coro di voci in cui tutti parlano di ciò che non conoscono, poiché
la fecondazione assistita è materia complessa e delicata, si parla di embrioni
senza parlare di malattia, con il pretesto che queste tecniche riproduttive
non curano la sterilità e quindi non servono. Ma che cosa significa quest'asserzione,
chiediamo ai tanti esperti di morale che oggi affollano questa discussione
che dovrebbe essere appannaggio esclusivo delle donne, che di quelle cure
subiscono i sacrifici, le aspettative, le speranze e le delusioni? Se è
vero che queste tecniche riproduttive non cancellano l’oligospermia in un
maschio o non riaprono le tube di una donna  e pertanto non sono necessarie,
bisognerebbe di conseguenza rinunciare a tutte le terapie che non sradicano
le malattie pur risolvendo gran parte dei problemi causati dalle patologie
.
Così accadrebbe che molte malattie infettive non meriterebbero cura poiché
spesso il virus rimane silente nell’organismo, nonostante i farmaci permettano
però di sopravvivere e di vivere.

E’ scivoloso il terreno nel quale si vuol normare la morale. Può accadere
facilmente che la coercizione di una legge che disciplina la modalità per
perseguire i propri desideri crei delle discriminazioni crudeli e irragionevoli,
oltre che dei veri e propri paradossi. Come quello per cui si dà la possibilità
giuridica a una donna che concepisce naturalmente di poter eseguire un’amniocentesi
e, eventualmente, selezionare un feto e si proibisce, invece, a un'altra
coppia portatrice di malattia genetica di selezionare un embrione non ancora
impiantato.

Alle donne, identificate per secoli come madri, oggi si impedisce di sfruttare
al massimo le possibilità offerte dalla medicina e si dice loro come, quando
e dove perseguire un desiderio legittimo e consapevole di maternità
. Con
una legge che fa acqua da tutte le parti, tanto che non esitano a negarlo
persino i suoi difensori. Che, come in uno stanco ritornello, la giustificano
in nome di un vuoto normativo secondo loro inaccettabile. Ma a una legge
le donne avrebbero chiesto ben altre cose
.  Avrebbero domandato più garanzie
per la loro salute, osservatori sulla ricerca, criteri e standard di qualità
inappellabili. Si ritrovano invece ad essere equiparate al prodotto di un
concepimento ancora fuori dall’utero. A non poter disporre dei propri gameti,
ad avere più chance e meno aggressioni fisiche solo a patto di avere i soldi
per andare all’estero.
Ecco il regalo per le donne in questo triste otto marzo: una Legge che disciplina
la loro morale, che insulta la libertà individuale e offende la loro dignità
rendendo più difficile e doloroso il cammino da percorrere per essere madre.

 
Filomena Gallo
Avvocato,Presidente Associazione Amica Cicogna onlus

Pubblicato il 9/3/2005 alle 13.26 nella rubrica Diario.

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